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YOGANUSASANAM 6-12 Dicembre 2016

Le classi di Abhijata Sridhar Iyengar all'incontro annuale Yoganusasanam che si tiene ogni anno a Pune.


 

YOGANUSASANAM

6-12 dicembre 2016

PYC Hindu Gymkhana, Deccan, Pune, India

Nelle classi di Abhijata abbiamo avuto la fortuna di ricevere allo stesso tempo gli insegnamenti di Guruji e di Geetaji: Abhijata ha saputo fondere l’energia vitale di Guruji e la chiarezza di Geetaji completandoli con la sua personalità e le sue capacità a noi ancora poco conosciute. Con l’attenzione sempre viva ci ha guidato a risvegliare il corpo e ad esplorarne l’intelligenza, a ricercare i collegamenti fra le sue varie parti, ma soprattutto fra corpo, mente e cuore.

Dopo la registrazione, durante la quale siamo stati accolti da alcuni volontari, abbiamo ritirato i props necessari alla pratica racchiusi all’interno di uno zaino da spalla; e cosi è iniziato Yoganusasanam 2016.

Una delle particolarità di questo evento internazionale è stata l’attesa del programma finale, stilato definitivamente il giorno prima dell’inizio. Si è così compreso che Abhijata Sridhar, la trentatreenne nipote di B.K.S. Iyengar, avrebbe sostenuto quasi l’intera settimana di lavoro da sola: Abhijata ha insegnato tutte le sessioni di pratica, mentre Prashant e Geetaji hanno presenziato ad alcuni incontri teorici.

Durante la presentazione e l’apertura lavori all’interno della sala grande dell’Istituto, da dove i circa trecento partecipanti provenienti da tutto il mondo, fra cui Europa, Russia, Nord e Sud America, Cina, Giappone, Corea, si godevano il Ramamami Iyengar Memorial Yoga Institute, Abhijata ci ha salutato, ci ha dato il benvenuto e ha iniziato a raccontare in maniera ironica, auto-ironica e sorridendo anche degli aneddoti, yogici e no, vissuti con il nonno B.K.S., Tata, come lo chiamava lei, durante la sua formazione.

E così ha spiegato con sue parole come abbia attraversato alcune paure ricordando di come Guruji l’abbia sempre sostenuta, anche con fermezza, a spingersi oltre le sue conoscenze: la prima volta, per esempio, in cui Guruji dopo un pic-nic familiare le ha chiesto di eseguire Sirsasana in equilibrio vicino ad una cascata. Abhijata aveva cercato in tutte le maniere di dissuaderlo e di convincerlo che non fosse una buona idea ma infine, fatto Sirsasana mentre l’acqua cadeva sul dietro della sua testa, ha vissuto una tale esperienza positiva che ha capito quanto i suoi timori rappresentassero un limite. Oppure quando le ha fatto praticare una posizione indietro difficile senza preparazione; dopo varie argomentazioni, anche in questo caso si è affidata al nonno ottenendone risultati e benefici.

Grazie a queste esperienze di yoga e di vita Abhjiata ha compreso nel tempo che il motivo per non spingersi oltre provenisse dalla paura e dalla mancanza di fiducia in se stessa; dunque si è resa conto che questo atteggiamento creava molta resistenza, poiché era capace di fare! Ci si sente molto comodi e sicuri all’interno del familiare, della comfort zone – come l’ha definita - e insicuri quando siamo nello sconosciuto. Praticare yoga è un modo di vivere, anche attraverso gli asana si impara ad accettare il nuovo e ad essere aperti; apparentemente si ricerca la libertà, ma poi si rimane nel piccolo mondo conosciuto. In questo senso ha citato:

yoganganusthanat asuddhiksaye jnanadipptih avivekakhyateh” (Patanjali II.28)

Con la pratica devota dei vari aspetti dello yoga le impurità vengono distrutte: e la saggezza irradia con tutta la sua gloria

Noi tutti abbiamo poi guardato un breve filmato di Iyengar mentre pratica, legge, insegna e svolge attività di vita quotidiana e nel pomeriggio abbiamo iniziato le sessioni di asana permeati da una nuova freschezza

 

Primo giorno

La prima sessione si è svolta, come tutte le altre, in una grande sala all’interno del PYC, un grande centro polisportivo di Pune la cui attività principale è il cricket.

Noi praticanti siamo stati divisi per settori mentre alcuni osservatori sono stati fatti accomodare in fondo alla sala. Due grandi monitor collocati sul sobrio palco, di lato le foto di Guruji, Ramamami (la moglie di Guruji) e Krishnamacharya (il guru di B.K.S. Iyengar), qualche assistente pronto ad intervenire in sala in nostro aiuto e due dimostranti, Raya UD e Uday Bhosale. Abhijata, con una bacchetta in mano - altro non era se non un manico di scopa azzurro - evidenziava le zone del corpo sulle quali stava spiegando qualcosa, ha immediatamente messo l’accento su come sviluppare la propria intelligenza grazie agli asana, praticando posizioni in piedi.

Quando siamo in un asana, l’intelligenza tocca qualsiasi parte del corpo? O da qualche parte non arriva? Penetrare queste zone buie e nuove è il viaggio dello yoga: Prana (energia) e Prajna (consapevolezza): se l’energia non arriva, non c’è consapevolezza, queste due parti si devono unire.

La nostra mente e la nostra intelligenza vengono influenzate dalla memoria del passato. Infatti una esperienza apparentemente negativa influisce su altre situazioni nel presente fino a quando non viene compresa nella sua totalità. Usando la nostra intelligenza possiamo imparare di nuovo a vivere lo stato di purezza della mente, ma prima bisogna purificare e trasformare la memoria, iniziando dall’osservazione.

E mentre parlava, Abhjiata mostrava e dirigeva il manico di scopa, chiedeva props, raccontava di quanto Guruji aveva detto o fatto, citava Sutra, e tutti, tutti noi eseguivamo le sue direttive mentre lei sorrideva sempre, gioiosa, coinvolgendoci nella sua energia.

Dopo la pausa ha condotto un lungo Savasana sdraiato e supportato dal cuscino da pranayama lungo la schiena: ne avevamo tutti bisogno, perché alcuni soffrivano per il jet-lag, altri per cause legate all’ambientamento con l’India.

 

Secondo giorno

Anche il secondo giorno posizioni in piedi: dentro un asana bisogna sempre osservare. Il principiante vuole scoprire il proprio corpo e all’inizio può essere facile mantenere la mente coinvolta, ma andando avanti nella pratica - quando gli asana sono conosciuti, esplorati, diventano facili e l’intelligenza non si sforza più - quello è il momento in cui bisogna rimanere presenti mentalmente.

Se si sospende l’osservazione e l’auto osservazione si perde la bellezza della e nella pratica, il lavoro diventa meccanico e non esiste intelligenza. Ecco che si torna nel familiare e nella comfort zone. Per esempio, quando si utilizza un attrezzo, tipo un mattone in Tadasana, il motivo è creare sensibilità nelle parti meno consapevoli e non accomodarcisi. In questo senso le posizioni in piedi sono uno strumento primario e insostituibile per dare vita e mantenere salda l’intelligenza nel corpo. Soprattutto quando non si è più principiante bisogna continuare a praticare le posizioni in piedi, sono queste che creano e conservano l’intelligenza. Se non si praticano per 3-4 giorni si perde acutezza, questo diceva Guruji.

Va bene incominciare a praticare alcune posizioni più complesse, ad affrontare le difficoltà, ma quando la posizione è difficile non si sviluppa intelligenza nel corpo, poiché diventa difficile osservare, accrescere la sensibilità e stimolare la mente. E’ necessario sempre stimolare le nostre capacità mentali per mantenere viva la freschezza, allontanando la meccanicità della posizione.

Dopo la pausa, ancora un lungo Savasana questa volta però con l’aggiunta di una respirazione consapevole e controllata.

 

Terzo Giorno

Il terzo giorno la lezione è stata molto intensa.

Di nuovo posizioni in piedi, preparazione per Sirsasana e Salamba Sarvangasana con variazioni.

Le posizioni in piedi, ha spiegato Abhijata, erano anche mirate a stimolare e attivare i muscoli dei lati del torace come la preparazione ad Ardha Sirsasana, allo scopo di insegnare alla schiena alla schiena a sostenere il peso del corpo. Spesso erano intercalate da Baddha Konasana e Adho Mukha Svanasana, per poi arrivare a Parivrtta Upavistha Konasana e Parivrtta Janu Sirsasana, infine Ardha Sirsasana prima con entrambi i piedi per terra, poi alzando una gamba per volta.

Verso la fine della sessione e dopo aver condotto la lezione a ritmo serrato, incitandoci a osservare e lavorare di più, Abhjiata ha fatto sedere tutti in Virasana e ha iniziato a spiegare l’importanza dello sforzo nella pratica: all’inizio il corpo è duro, difficile da muovere e questo provoca fatica. Tutti noi quando siamo sollecitati tendiamo a dire basta, entrando in uno stato generale che dice basta, quindi anche la mente si adegua.

Ma Guruji diceva: “non sono uno schiavo del mio corpo, non sono schiavo della mia mente”. Il corpo sa quello che piace e non piace, e l’intero noi lo segue perché siamo schiavi del corpo. Così quando si entra in questo stato che dice basta, lo yogi dice “no, voglio continuare”. Così si può definire uno yogi.

mrdu madhya adhimatratvat tatah api visesah” (I.22)

C’è differenza fra praticanti deboli, medi o ardenti.

Per i praticanti ferventi, il risultato è più vicino. Dobbiamo perseverare nello sforzo per trovare l’intensità dell’intensità.

prayatna saithilya anandta sama pattibhyam” (II.47)

Perfezione nell’asana è raggiunta quando lo sforzo per eseguire l’asana diventa “senza sforzo” e l’infinito dentro di noi è raggiunto.

Sui dubbi circa i limiti della pratica dovuti alla salute precaria sollevati da qualche studente, Abhijata ha risposto così: la malattia è uno degli ostacoli nello yoga, antaraya : lo yoga insegna come curare ciò che può essere curato e a sopportare ciò che non può essere curato. Ma quando c’è un dolore la nostra mente è completamente assorbita in esso. Guruji un giorno aveva la tosse e non stava bene, ma disse: “Il mio corpo è malato, io sto bene”. La salute è lo stato in cui c’è libertà dai limiti del corpo. Questo è un approccio per conoscere la sofferenza fisica

 

Quarto giorno

Anche la quarta sessione di pratica è stata caratterizzata da tante riflessioni e insegnamenti da parte di Abhijata. Noi partecipanti avvertivamo l’energia della giovane Iyengar e ci lasciavamo guidare dalle sue parole.

Era giunto il momento di soffermarsi sulla sensibilità per comprendere le diverse maniere di praticare un asana: quando si pratica con la fronte appoggiata sulla coperta si ha un effetto di freschezza sul cervello; se si appoggia la sommità della testa, si aggiunge una sensazione di chiarezza oltre che di freschezza. Sollevando le mani da terra si sollecitano le scapole, sollevando i piedi si estendono le gambe. Dunque esistono tante varianti per ogni singolo asana; dipende dalle necessità e dalle condizioni del praticante e del momento. Sviluppare la propria sensibilità è un passaggio fondamentale per comprendere i diversi effetti dei diversi modi di approcciare la pratica.

Disciplina e sensibilità nascono al nostro interno. Tramite gli asana coltiviamo queste qualità e così creiamo intelligenza nel corpo. Quando la mente è consapevole delle braccia, torace, bacino, gambe, quando ha chiarezza della completezza del corpo, allora esprime intelligenza. L'asana può migliorare a tal punto da permettere alla nostra intelligenza di arrivare in ogni punto del corpo, anche quello più sconosciuto.

Ma quando ci si può ritenere soddisfatti? Quando si è fatto il proprio meglio. Quando la mente, il corpo, il cuore e l’anima si muovono all’unisono; quando non è possibile individuare dove finisce il corpo e inizia la mente, dove la mente finisce e il corpo inizia, dove la mente finisce e il se ha inizio. Quando l’ asana si trasforma in una espressione dell’intelligenza e quando la mente diventa una lente d'ingrandimento per capire la stessa mente.

Come un fiore sboccia quando il tempo è maturo, così con la pratica reverente per lungo tempo senza alcuna interruzione, la soddisfazione avverrà da sola. Solo allora ci si può accontentare:

Sa tu dīrghakāla nairantarya satkāra āsevitaḥ ḍṛdhabhūmiḥ” (I.14)

Una pratica lunga, ininterrotta e attenta è la solida base per fermare le fluttuazioni della mente

Al contrario, quando non si sta facendo del proprio meglio questo si può definire scontentezza spirituale e quindi è necessario sforzarsi:

Tapah Svadhyaya Iśvarapraṇidhānāni kriyāyogah” (II.1)

Kriya yoga è composto di ardore, studio del Sé e sottomissione al Dio

Prima di tutto dobbiamo avere tapah, il fuoco, l’ardore:

Śabdajñāna anupātī vastuśūnyaḥ vikalpaḥ” (I. 9)

La conoscenza verbale priva di sostanza è immaginazione o fantasia

Al termine della consueta pausa abbiamo svolto pranayama sdraiati in modi diversi allo scopo di mantenere viva la sensibilità. Per iniziare Abhijata ha chiesto di mettere un supporto orizzontale sotto il torace. In questa maniera si impara la morbidezza, la direzione del respiro e il cervello si mantiene rilassato. Il torace si allarga autonomamente nell'inspirazione grazie alla presenza del supporto. Il tocco del respiro vuole esprimere delicatezza, quasi come quando si sfiora la guancia di un neonato.

Poi ci ha chiesto di mettere un supporto lungo la colonna vertebrale per aiutare il sollevamento del torace e farci riconoscere la separazione del torace dall’addome. Infine una coperta arrotolata a sostegno della colonna vertebrale per capire il tocco del respiro nelle costole laterali.

 

Quinto giorno

Oggi abbiamo fatto la preparazione per le posizioni capovolte: anche se si è in grado di stare sulla testa è necessario capire il lavoro interiore per vedere cosa accade, fisicamente e mentalmente. Cosa si fa in sirsana e sarvangasana?

Osservare il corpo non si limita ad una azione fisica, l’obiettivo è portare la mente al suo interno per unificare, collegare. Questo è lo yoga, è unione. Durante l’invocazione iniziale si dedica il tempo e lo spazio necessari per penetrare il nostro corpo, in questa maniera la mente si prepara alla concentrazione:

Dhāraṇāsu ca yogyatā manasah” (II.53)

E la mente diventa adatta per la concentrazione

Dopo Tadasana, Adho Mukha Svanasana, Parsvottanasana e Prasarita Padottananasana come preparazione abbiamo fatto Ardha Sirsasana sia con entrambi i piedi sul muro, che con un piede al muro e una gamba alzata. Poi di nuovo Ardha Sirsasana con i piedi sul pavimento e poi sollevando una gamba. Questo lavoro è quello che serve per imparare ad essere stabile e forte con la schiena, per rinforzare le spalle e i muscoli della colonna vertebrale. E ancora Adho Mukha Svanasana, Urdhva Mukha Svanasana per poi fare Sarvangasana vicino al muro, prima con la schiena rivolta verso il muro ed i piedi sul muro, poi con la testa vicino al muro e i piedi sul muro con le dita dei piedi in su.

La sessione è stata molto faticosa, Abhijata si è accorta che alcuni di noi avevano vari dolori articolari dopo queste preparazioni e dunque si è soffermata sui klesa:

samādhi bhāvanārthaḥ kleśa tanūkaraṇārthaśca” (II.2)

La pratica dello yoga riduce le afflizioni e conduce al samadhi

Samadhi è yoga, i Klesa sono le sofferenze che viaggiano con noi nella nostra vita: Avidya , asmita , raga, dvesa, abhinivesah . Qualunque dolore emotivo proviene da una di queste cinque ferite. Nella stessa maniera se un asana provoca dolore non vogliamo praticarlo.

sukha anuśayī rāgah” (II.7)

Il piacere porta al desiderio e attaccamento emotivo, attaccamento per quello che ci dà piacere

duḥkha anuśayī dvesah” (II.8)

L'infelicità porta all'avversione, si vuole evitare ciò che ci dà dolore

La vita terrena subisce l’influenza dei klesa: le esperienze piacevoli portano all'attaccamento, al contrario i dispiaceri conducono alla sofferenza. Non vogliamo fare nulla che ci procuri dolore, tantomeno praticare qualcosa di doloroso. Abhijata ha ricordato che quando Guruji chiedeva di fare qualcosa di faticoso, non voleva sentire lamentele. Il suo scopo era rompere le barriere; cosi lo yoga può aiutare a raggiungere la libertà. Anche in questo Guruji si è dimostrato lungimirante, perché voleva comprendere dal dolore.

Tutti noi possiamo imparare a vedere il dolore, per indagare, non per glorificarlo.

Il dolore è un linguaggio, bisogna esplorare ciò che dovrebbe essere compiuto. Guruji voleva imparare da tutto.

 

Sesto giorno

Guruji: “Quando ci si rende conto della nostra ignoranza, allora la disciplina inizia”.

Dopo la giornata di pausa, di nuovo posizioni capovolte, alcune posizioni indietro e Pranayama con supporti.

In Sukhasana Abhijata ha ancora portato l’attenzione sulle scapole, ma non solo sulla parte bassa dove è più facile, soprattutto nella parte superiore, una zona difficile da attraversare. Questa difficoltà l’ ha definita Pramada, trascuratezza, uno degli ostacoli.

vyādhi styāna sa śaya pramāda ālasya avira bhrān darśana alabdhabhūmikatva anavashitatvāni ci avik epah te antarāyaḥ” (I.30)

Gli ostacoli sono la malattia, l'inerzia, il dubbio, negligenza, pigrizia, indisciplina dei sensi, visioni erronee, la mancanza di perseveranza e incapacità di rimanere al livello raggiunto

Adho Mukha Svanasana, Prasarita Padottanasana, Sirsasana, Adho Mukka Svanasana, Urdhva Mukha Svanasana, Chaturanga Dandasana, Salabhasana, Dhanurasana, Ustrasana, Pursvottanasana ed infine Sarvangasana

Con questa sequenza Abhijata ha voluto insegnare come sentire non solo la parte centrale della colonna vertebrale ma anche le zone più periferiche con uniformità e armonia. Dopo aver agito e corretto bisogna quindi osservare la reazione, guardare l'altezza, la nitidezza ed osservare la prontezza della mente.

Se si cerca troppo velocemente la posizione finale si cade in Pramada. Prima di entrare in una posizione bisogna avere cura di come prepararsi e cura di non perdere le azioni anche mentre si entra nella posizione (questo non significa ascoltare solo le istruzioni tecniche perché se ci si concentra solo sui tecnicismi non si può sentire.) È necessario registrare IL sentimento. Bisogna coltivare IL sentimento.

Siamo un nucleo di energia che ci tiene in vita. Il principio è che questo nucleo deve irradiare ogni parte del corpo con lo stesso splendore. Invece tutti noi abbiamo una lista dei tecnicismi da ricordare e mettere in atto, ma ciò significa che l'orecchio interno non è aperto. Se si ascolta qualcosa che già si conosce non si presta attenzione, solo quando l’istruzione è nuova si ascolta con più interesse. Ciò che si impara viene influenzato da ciò che si conosce già. Questo significa essere chiusi.

Imparare che ogni volta è una situazione diversa e tutto è influenzato dal diverso contesto, questo è il percorso corretto. Se non focalizziamo il contesto, ma ci limitiamo solo alla tecnica, allora giungono i problemi. Approfondire ulteriormente, raccogliere la sensazione, andare avanti, solo così la pratica sarà diversa. Allo stesso modo durante Savasana bisogna comprendere la correttezza della posizione, perché se non è giusta è come avere il caos in casa. In primo luogo è necessario sbarazzarsi del caos perché la mente non può essere un testimone. Solo quando il cervello realizza e accetta la propria ignoranza e si sbarazza del caos, dei tecnicismi, di Pramada, allora la disciplina avrà inizio.

 

Ultimo giorno

Oggi classe dinamica: all'inizio passaggi saltati da Adho Mukha Svanasana a Utthita Trikonasana, Ardha Chandrasana, Parsvakonasana

Poi da Prasarita Padottanasana rotazione verso Parsvottanasana, Parivrtta Trikonasana, Parivrtta Ardha Chandrasana e ritorno. E poi ancora da Adho Mukha Svanasana a Vasisthasana. Per terminare con Urdhva Dhanurasana.

Ancora una volta Abhijata ha voluto approfondire l’importanza di una intelligenza consapevole: quando si pratica in velocità non c’è dubbio che arrivino alcuni benefici, dalla reattività, alla mobilità al potenziamento muscolare. Ma non c'è approfondimento, non c'è intelligenza consapevole. Dal latino la parola intelligenza “intus+legere” significa capire dentro, dunque penetrare.

Nello yoga essere sensibili significa sviluppare intelligenza, significa percepire ogni poro della pelle. Guruji attraverso gli asana ha compreso come la sensibilità della pelle crei intelligenza.

Siamo stati fortunati ad aver avuto una Guida come Guruji, ma oggi è il momento di essere onesti, di vivere con consapevolezza e con il cuore aperto.

Eravamo giunti alla fine di questo percorso di conoscenza con Abhijata e staavamo comprendendo come l’Iyengar Yoga può ancora crescere. Ci sentivamo anche tristi perché a breve saremmo tutti ripartiti e proprio alla fine della sessione, dopo le foto di gruppo, Abhijata ha voluto parlarci ancora. Ci ha spiegato che per questo appuntamento aveva voluto insegnanti e studenti di livello Intermediate, e che questa scelta non è stata casuale. Difatti il livello Introductory è ancora inesperto, gli insegnanti Senior invece fanno fatica ad apprendere.

Il livello Intermediate rappresenta una via di mezzo che con più facilità può, e quindi deve, mantenere freschezza nella mente e nell’insegnamento. Se si rimane rigidi, legati ai vecchi insegnamenti, senza apertura mentale, senza coraggio, si perde un importante aspetto delle qualità di Guruji: la libertà. L’Iyengar Yoga non dà nulla per scontato, lo stesso Guruji negli anni ha modificato e a volte anche capovolto le proprie tecniche di insegnamento. Era flessibile. Dobbiamo esserlo anche noi; solo così è possibile definire il concetto di miglioramento. Applicare intelligenza, sensibilità, disciplina, dinamismo per mantenere la freschezza in ogni aspetto della vita, dentro e fuori dal tappetino.

Yoganusasanam 2016: ecco a voi lo yoga di Abhijata:

Mṛdu madhya adhimātratvāt tatah api viśeaḥ” (I-22)

C’è differenza fra Praticanti deboli, medi o ardenti

 

Sintesi dei ricordi di Alessandra Belloni e Gabriella Giubilaro

 

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