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Sadhana - Filosofia

07/06/2021

Da Alessandro Magno a Vivekananda.

Alcuni passaggi dell’avvicinamento tra India e Occidente

 

di Simona Bubola

 


Cenni storici sulla campagna di Alessandro Magno in India

 

Alessandro III di Macedonia, (356- 323 a. C.) è passato alla storia come Alessandro Magno, il grande, per la straordinarietà delle imprese di cui si rese protagonista nell'arco della sua breve esistenza e soprattutto per il primo avvicinamento all’India.

Figlio di Filippo II, re di Macedonia dal 359 a. C. e conquistatore della Grecia nel 338 a. C. e di Olimpiade, principessa d' Epiro, fu istruito militarmente dal padre e intellettualmente dal filosofo greco Aristotele (384- 322 a. C.) che lo avvicinò alla lettura dei grandi poemi omerici, opere in cui viene esaltato il valore militare unito all'astuzia e all'intelligenza.

Nel 336 a. C. divenne re di Macedonia dopo che il padre, vittima di una congiura di palazzo, venne assassinato da Pausania, una delle sue guardie del corpo.

Stroncati con decisione i nemici interni che avevano comandato l'uccisione del padre e ottenuto l'appoggio dell'esercito macedone, Alessandro decise come prima cosa di consolidare le posizioni macedoni in Grecia e successivamente di riprendere i piani di suo padre per liberare i greci d'Asia finiti sotto il regno dei persiani.

Nel 333 a.C. sconfisse a Isso (antica città della Cilicia , presso l'odierna Iskenderun, Turchia) le truppe del re persiano Dario III e liberò tutte le città greche; nel 332 a. C. conquistò la Fenicia, la Siria e l'Egitto (dove fondò la città di Alessandria, nelle zone del delta del Nilo, che crebbe rapidamente in importanza culturale ed economica e diventò snodo fondamentale negli scambi commerciali con l'Oriente); nel 331, sconfitto di nuovo Dario, fu la volta delle capitali dell'impero persiano, Babilonia, Susa, Persepoli, fino al completamento della conquista del vasto impero persiano.

 

Figura 1. Napoli, Museo Nazionale. Mosaico da Pompei, particolare con Alessandro a cavallo.

Figura 1. Napoli, Museo Nazionale. Mosaico da Pompei, particolare con Alessandro a cavallo.

 

Ma Alessandro, ormai Re dei Re di Persia, non era pago nemmeno dopo aver portato a compimento questa impresa immane.

Nella sua visione omerica dell'esistenza, nella sua necessità di emulare gli eroi del passato, di compiere gesta ritenute impossibili e di guadagnare la gloria immortale, il giovane sovrano sposta sempre più avanti il confine della sua ambizione: la sua non è mera voglia di conquista, di ricchezza o di potere, quanto piuttosto una sovrumana curiosità, un desiderio insopprimibile di plasmare con le sue mani l'ignoto, la ricerca dell'immortalità e della deificazione attraverso l'esplorazione e la conquista di territori sconosciuti.

È possibile riassumere tutto questo in una sola parola: INDIA.

Figura 2. Le località toccate dalle campagne di Alessandro Magno in India.

Figura 2. Le località toccate dalle campagne di Alessandro Magno in India.

Il paese che si apprestava ad invadere era composto da piccoli regni indipendenti in costante lotta tra loro, una preda apparentemente facile.

Ma non sarà così: la natura ostile avrà il suo peso nel decimare le fila del suo esercito e altrettanto dura sarà la conquista delle roccaforti montane da parte di tribù fiere ed ostili, determinate a conservare la propria autonomia.

Il viaggio in India si rivelerà un sentiero lastricato di sangue.

Chi non si arrende è sterminato o ridotto in schiavitù mentre i reggenti che si sottomettono se la cavano con il versamento di tributi e il mantenimento della propria carica: una pratica consolidata, già sperimentata in varie regioni dell'impero persiano.

Nel 326 a. C. superato il passo Khyber (tra Pakistan e Afghanistan), il giovane re macedone ricevette gli emissari del regno di Gandhara, in quella che oggi è regione del Pakistan settentrionale e dell' Afghanistan orientale, localizzato principalmente nella valle di Peshwar e lungo il corso del fiume Kabul. Il regno di Gandhara si sviluppò lungo il periodo che va dall' XI sec. a. C. all' XI sec. d. C. e conobbe il suo massimo splendore tra il I e il IV sec. d. C. Questi si sottomisero alla sua potenza in nome del loro sultano Tassile (chiamato anche Ambhi).

Insieme al nuovo alleato, l'esercito occidentale, composto a questo punto della lunga marcia per la maggior parte di elementi orientali e che contava circa 40.000 fanti e 5/6000 cavalieri, mosse allora verso il potente nemico di Tassile, il re Poro che regnava sull'antica India nord- occidentale (l'attuale regione di Peshawar).

Poro radunò intorno a sé un potente esercito formato da 50.000 fanti, 3000 cavalieri e 200 elefanti da guerra indiani (animali che l'esercito di Alessandro si era già trovato a fronteggiare nella battaglia di Gaugamela, nel 331 a. C., contro Dario III) e si preparò allo scontro con l'invasore che veniva dall'occidente.

La battaglia che ne seguì, che ebbe luogo sul fiume Idaspe (antico nome del fiume Jhelum, nel Punjab), è considerata la più cruenta e sanguinosa tra quelle combattute da Alessandro il quale, benché disponesse di un esercito numericamente inferiore a quello del suo nemico, alla fine ebbe la meglio: il re indiano, dopo aver combattuto come un leone, dovette arrendersi.

Impressionato dal coraggio dimostrato da Poro, Alessandro, sempre spietato nei confronti dei suoi oppositori e dal temperamento incontrollabile e ambizioso, gli risparmiò la vita e gli permise di continuare a governare la regione in nome dei macedoni.

L'Idaspe fu il punto più lontano dello sconosciuto e misterioso Oriente in cui si spinse Alessandro: nonostante avesse avuto probabilmente intenzione di proseguire le sue marce e le sue conquiste fino alla valle del Gange, una volta giunta sul fiume Ifasi (oggi Beas, nel Punjab) stremata dai combattimenti e dal clima tropicale, l'armata da lui guidata si rifiutò di proseguire.

Lasciando persone fidate a governare le province conquistate, Alessandro si accinse quindi a intraprendere il viaggio di ritorno che non si svolse lungo la via percorsa all'andata.

Seguì la valle dell' Indo fino alla foce (la discesa del corso del fiume fu accompagnata da una dura lotta, combattuta con inaudita ferocia contro la guerriglia che ostacolava la marcia dell'esercito macedone) dove sorge la città di Pattala e da qui spedì una parte dell'esercito verso l' Afghanistan meridionale mentre egli seguì la costa , attraversando la regione desertica dell'attuale Makran (nel Pakistan e nell' Iran meridionale) con i rimanenti soldati, che sarebbero stati decimati dalla sete e dalla fame.

L'invasione dell'India da parte di Alessandro, pur circoscritta alla parte nord occidentale del paese, ebbe notevoli conseguenze perché, sopprimendo le varie signorie locali nell' Hindu Kush e nelle regioni confinanti, spianò la strada alla creazione dell'impero Maurya, (fondato nel 322/321 a. C. dalla stessa dinastia) il più grande impero politico e militare di tutta l'antica India, che conobbe la sua massima espansione sotto il suo sovrano più celebrato, Ashoka ( 304-232 a.C.), che regnò per ben 41 anni, fino alla sua morte, dopo la quale ridusse la sua estensione alla sola area Gangetica.

 

Scambi commerciali e culturali tra India e impero romano

 

Come già accennato in precedenza, la città di Alessandria, in Egitto, si rivelò essere uno snodo fondamentale per gli scambi commerciali con l'Oriente, anche quelli tra Impero romano e India.

Il commercio tra Roma e India incominciò con la fine della dinastia tolemaica in Egitto (30 a. C.) e l'annessione di quel paese ad opera di Augusto (imperatore dal 27 a.C. al 14 d. C.) in seno all' impero romano.

Già gli stessi regnanti tolemaici avevano sviluppato a suo tempo relazioni commerciali con l'India, attraverso i porti del Mar Rosso e con la creazione della provincia romana d' Egitto i romani ereditarono i porti e quella rotta commerciale, sviluppandola massicciamente tanto che ai tempi di Augusto si assistette ad un enorme incremento del volume degli scambi tra l'antica Roma e la lontana India.

Un brano di Strabone (geografo e storico greco, 63-23 a.C.), ci illumina su questo commercio:

"Ad ogni modo, quando Gallo (69-26 a. C.) era prefetto dell'Egitto, lo accompagnai, risalendo il Nilo, a Syene (l'odierna Assuan) e alle frontiere dell'Etiopia e appresi che fino a 120 vascelli stavano salpando da Myos Hormos (antico porto situato sul Mar Rosso, ndr) verso l'India, quando in precedenza, sotto i Tolomei, solo in pochi si avventuravano nel viaggio intrattenendo commerci con l'India" (Strabone, Geografia II.5.12).

Alcune allusioni sembrano suggerire che a quei tempi i monsoni fossero conosciuti e sfruttati per la navigazione perché permettevano un viaggio più sicuro di quello lungo e pericoloso seguendo le coste.

Figura 3: Commercio romano con l'India.

Figura 3: Commercio romano con l'India.

 

Il Periplus Maris Erythraei (con il nome di mare Eritreo venivano indicati nell'antichità l'Oceano indiano e il Golfo Persico), scritto da un anonimo forse nel I secolo d. C., è un manuale di navigazione ad uso dei mercanti che operavano nei traffici marittimi con l'oriente ed è uno dei documenti principali per lo studio del commercio di Roma con l'Africa, l'India e l'Arabia.

Vi si trovano descrizioni di mercanti greco-romani nell'atto di vendere a Barbaricum (porto dell'antica India nei pressi dell' attuale città di Karachi) vestiti, coralli rossi, ambra, vasi in vetro e argento e un po' di vino, in cambio di turchesi, lapislazzuli, abiti di seta e di cotone, essenze, pepe e altre spezie: pare che a Roma il consumo di pepe nel I secolo d. C. fosse tale che Domiziano (che regnò dall'81 al 96 d. C.) avesse fatto costruire appositi magazzini dove poterlo stoccare.

A Barygaza, altro porto indiano fondamentale negli scambi commerciali con Roma, sulla costa occidentale dell'attuale Gujarat , si potevano comprare grano, riso, olio di sesamo, cotone e vestiti.

La città di Alessandria era il punto di partenza principale delle rotte verso l'Oriente: qui i carichi venivano imbarcati e spediti lungo il Nilo arrivando nella città di Coptos dove venivano caricati sulle carovane dei cammelli per Myos Hormos o Berenice, (due dei principali porti romani coinvolti nel commercio con l'Oriente) sul Mar Rosso per poi prendere il mare e raggiungere le mete orientali: il viaggio per raggiungerle e tornare a casa poteva durare anche due anni.

Il commercio tra l'impero romano e l'India incominciò a declinare con l'avvento dei bizantini e la conquista araba dell'Egitto (avvenuta tra il 640 e il 646 d. C.) che fece cadere in disuso i porti di quel paese atti al commercio, costringendo l'India ad interrompere quasi del tutto i suoi scambi col Mediterraneo e a rivolgersi verso il sud est asiatico.

 

Prime traduzioni dei testi filosofici e diffusione della filosofia indiana

 

Insieme agli interessi espansionistici e commerciali, anche quelli suscitati dalla cultura, dal pensiero e dalla filosofia indiana nel resto del mondo, hanno origini antiche: padre dell'indologia è considerato Muhammad ibn Ahamad Al-Biruni (973-1048 o 1050 o 1052, a seconda delle fonti) matematico, filosofo, scienziato e astronomo persiano che parlava l'arabo, il sanscrito e il greco e aveva una discreta conoscenza dell'ebraico e del latino.

Figura 4: Al-Biruni, Genio universale dell’età dell’oro della Civiltà Islamica.

Al-Biruni, Genio universale dell’Età dell’oro della Civiltà Islamica.

Al-Biruni studiò approfonditamente la cultura, la scienza, la società, la storia delle religioni e l'antropologia dell'India, impegnandosi nell'osservazione partecipe di vari gruppi indiani, imparando le loro lingue e studiando i loro testi fondamentali.

A lui si deve la prima traduzione degli Yoga Sūtra di Patañjali in arabo intorno all'anno Mille, (i sutra vengono tradotti da Al-Biruni in forma di dialogo), il cui manoscritto venne ritrovato a Istanbul nel 1992.

Nel corso dei secoli successivi i rapporti tra Europa e India conobbero fasi di maggiore o minore intensità fino a quando, nel 1498, la scoperta della via marittima per le Indie Occidentali fatta da Vasco de Gama, riannodò saldamente i legami, che nel Medioevo erano cessati quasi del tutto, tra i due mondi: da allora in poi l'Europa ricevette notizie in misura sempre crescente attraverso viaggiatori e missionari e nel XVII e XVIII secolo il progressivo affermarsi del dominio inglese fornì un ulteriore motivo di interesse da parte dell'Europa nei confronti dell'India.

Evento decisivo per la diffusione della cultura e della filosofia orientale in Europa fu la prima traduzione in lingua inglese da parte di Charles Wilkins (1749-1836) della Bhagavadgītā.

Tipografo e orientalista inglese, all'età di 21 anni Wilkins arrivò a Calcutta dove imparò il bengali e il persiano, e in seguito si trasferì a Varanasi dove studiò il sanscrito e incominciò a tradurre il Mahābhārata, progetto che non portò a compimento perché incominciò appunto a dedicarsi alla traduzione della Bhagavadgītā, pubblicata a Londra nel 1785.

La sua traduzione costituì uno spartiacque nella storia culturale dell'India perché stimolò traduzioni di questa opera in diverse lingue europee e catturò l'attenzione di tutto il mondo sulla cultura e la filosofia indiana.

Due anni dopo, nel 1787, veniva pubblicata la traduzione, sempre a cura di Wilkins, dell'Hitopadeśa (in sanscrito " consigli saggi " o " consigli utili") raccolta di racconti in prosa o versi, redatta nel XII secolo, di narrazioni popolari risalenti anche a molti secoli prima.

Wilkins, insieme a Sir William Jones dette vita, nel 1784, all'Asiatic Society of Bengal e al giornale Asiatic Research ai quali in seguito si ispirarono parecchi ricercatori europei.

Sir William Jones (1746-1794) arrivò in India nel settembre del 1783 come giudice della Corte suprema di Calcutta. Jones, che conosceva diverse lingue, come il persiano, il greco, il latino,il gotico ( una sorta di tedesco antico) incominciò a studiare il sanscrito e pubblicò nel 1789 la traduzione della celebrata Abhijñānaśākuntala (Il riconoscimento di Śakuntala) di Kālidāsa (dramma che narra la grande storia d'amore di Śakuntala, bellissima figlia di un asceta e di una Ninfa celeste) e nel 1794 il Mānavadharmaśāstra (Il libro delle leggi di Manu, o Codice di Manu) opera che consiste in 2685 versi che trattano dei doveri e obblighi sociali delle varie caste e singoli individui nei diversi stadi della vita.

Jones contribuì in modo decisivo alla nascita dell’indoeuropeistica, la disciplina che avrebbe scoperto la comune discendenza da una medesima lingua preistorica e perduta di un gran numero di idiomi eurasiatici, le lingue indoeuropee.

Il discorso che tenne in apertura del terzo anno di attività dell' Asiatic Society è considerato l'atto di nascita di questa disciplina :

La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è di una struttura meravigliosa: più perfetta del greco, più copiosa del latino e più squisitamente raffinata di entrambe; nonostante abbia con entrambe un'affinità più forte sia nelle radici dei verbi che nelle forme grammaticali di quanto probabilmente non sarebbe potuto accadere per puro caso, così forte infatti che nessun filologo potrebbe indagarle tutte e tre senza credere che esse siano nate da una fonte comune che forse non esiste più[William Jones, Discorso Presidenziale alla Royal Asiatic Society of Bengala, 2 Febbraio 1786]

H. Thomas Colebrooke (1763-1837) può considerarsi l'ultimo, non in ordine d'importanza, di questa triade di pionieri. Funzionario inglese in India, dove visse quasi ininterrottamente per più di trent'anni, studiò sanscrito, svolse un'intensa e prolifica attività di ricerca indologica e abbracciò i più svariati campi della filologia indiana.

Nel 1805 scrisse A Grammar of the Sanscrit Language e Essays on Veda, opere che per lungo tempo costituirono il punto di riferimento sull'argomento in Gran Bretagna ed esercitarono un profondo influsso in tutta Europa.

Il suo Essays on the philosophy of the Indus, pubblicato postumo, costituisce la prima ampia trattazione dei sistemi filosofici indiani.

Un compito indubbiamente importantissimo fu svolto da Abraham Hyacinthe Anquetil Duperron (1731-1805) orientalista francese la cui traduzione delle Upaniṣad in latino apparve tra il 1801 e il 1802 a Strasburgo.

Figura 5. Abraham Hyacinthe Anquetil Duperron

Figura 5. Abraham Hyacinthe Anquetil Duperron

Duperron fece molti viaggi in India ma non possedeva una completa ed esauriente conoscenza del sanscrito e infatti le sue opere più conosciute erano quelle inerenti alle religioni persiane, dovute ai suoi frequenti contatti con le comunità dei Parsi.

La sua traduzione si fondò su una versione persiana compilata nel 1656 da alcuni dotti indiani su richiesta del principe persiano Dara Shukoh (1615-1659) il quale, benché musulmano ortodosso, si interessò molto alle filosofie indiane.

Va segnalato che le prime traduzioni nelle lingue europee delle Upaniṣad nell'ottocento erano basate su queste traduzioni persiane piuttosto che sull'originale in sanscrito e che erano spesso fatte in latino, perché esso rifletteva con più fedeltà la struttura sintattica del persiano che si credeva ricalcasse quella sanscrita originale.

La pubblicazione in Europa di questo corpus di scritti ebbe un grande successo e una grande influenza su molti intellettuali e filosofi, tra cui Schelling, Hegel e soprattutto Schopenhauer che definì le Upaniṣad:

"La lettura più profittevole ed edificante che sia possibile a questo mondo, che è stata la consolazione della mia vita e della mia morte”

Nel 1814 si inaugurava a Parigi, presso il Collegio di Francia, la prima cattedra di sanscrito d'Europa diretta da Antoine Leonard de Chezy (1773-1832), linguista e orientalista che nel 1830 tradusse per la prima volta in francese Abhijñānaśākuntala (Il riconoscimento di Śakuntala) di Kālidāsa.

In Germania, l'interesse verso la filosofia indiana fu risvegliato da Johan Gottfried Herder (1784-1791) con il suo " Idee sulla filosofia della storia dell'umanità"e da Friedrich von Schlegel con il libro" Sulla lingua e la sapienza degli indiani".

Il fratello, August Wilhelm von Schlegel, (1767-1845) pubblicò la Bhagavadgītā (1823) e parte del Rāmāyaṇa (1829-1846).

Nel 1818 fu nominato professore all'università di Bonn per la cattedra della disciplina accademica dell'indologia, la prima in Europa, cui seguì, nel 1820, una seconda sede presso l'università di Berlino, di cui venne affidata la direzione al noto linguista, filologo e comparatista Franz Bopp ( 1791-1867) che con il suo libro " Sul sistema di coniugazione della lingua sanscrita in comparazione con quello della lingua greca, latina, persiana e gotica” diede inizio a una nuova era nella storia della linguistica, fondando su basi scientifiche la grammatica comparata delle lingue indoeuropee.

Nel 1819 Bopp pubblicò un'edizione critica con traduzione e note in latino, della storia di Nala e Damayanti, un episodio del Mahabharata cui seguirono, negli anni successivi, altri episodi.

In Italia, nel 1852 venne avviata all'Università di Torino la prima cattedra di lingua e letteratura sanscrita occupata da Gaspare Gorresio (1807-1891), considerato il fondatore dell'indologia italiana, che per primo tradusse in italiano il poema epico Rāmāyaṇa (1847-1858) pubblicato a Parigi in dieci volumi.

A lui successe il sanscritista e glottologo Giovanni Flechia (1811-1892) autore della prima grammatica sanscrita pubblicata in Italia nel 1856.

 

La filosofia indiana negli Stati Uniti e Vivekananda

 

Oltre oceano, Edward Salisbury (1814-1901) laureatosi all'Università di Yale nel 1832, vi tornò nel 1841 per occupare la cattedra di professore di arabo e sanscrito (la prima in America) e nel 1842 gli Stati Uniti assistevano alla fondazione dell 'American Oriental Society, che incoraggiava la ricerca sulle lingue e la letteratura orientale.

Membro di tale società a partire dal 1857 fu William Dwight Whitney (1827-1894): tra i suoi numerosi lavori, che riguardano soprattutto la letteratura vedica e l'indagine linguistica, emergono l'edizione dell'Atharvaveda, curata in collaborazione con Roth (1856) e una vasta grammatica comprendente l'antico indiano e il sanscrito classico.

L' 11 settembre 1893, si tenne a Chicago il Primo Parlamento mondiale delle Religioni, dove si incontrarono i rappresentanti di tutte le fedi religiose organizzate del mondo: tra i numerosissimi relatori che vi presero parte vi fu anche Svāmī (diffuso anche nell'adattamento anglosassone Swami, è un sostantivo maschile sanscrito che significa "colui che sa" e viene usato per indicare un maestro spirituale) Vivekānanda (1863-1902) il quale introdusse al pubblico statunitense l'antica tradizione religiosa hindu (figura 6).

 

Figura 6. Swami-Vivekananda negli Stati Uniti

Figura 6. Swami-Vivekananda negli Stati Uniti

Vivekānanda era stato allievo di Ramakrishna Paramahansa (1836-1886) un fervente mistico che sosteneva che tutte le religioni conducono all'Uno, sebbene ci arrivino attraverso percorsi diversi, funzionali alle caratteristiche del soggetto, socialmente e culturalmente connotato.

Incontrato Ramakrishna nel 1881, Vivekananda rimase profondamente influenzato dal suo pensiero, decise di farsi monaco e ben presto divenne il suo più devoto discepolo.

Da monaco intraprese lunghi pellegrinaggi nei luoghi sacri della tradizione hindu e incontrò una grande varietà di personalità religiose, intellettuali e politiche, convincendosi, di conseguenza, che la spiritualità hindu fosse precipitata in un vortice di decadenza dalla quale andava riscattata.

Così, dopo la morte del maestro e secondo le istruzioni da lui lasciate, nel 1897 fondò a Calcutta la Ramakrishna Mission, con lo scopo di promuovere il miglioramento delle condizioni spirituali e materiali dell'umanità intera -senza distinzione di casta, credo, razza, nazione, genere e religione- e la fratellanza degli adepti delle diverse religioni nella consapevolezza che, sotto le differenti forme, ce ne fosse una: unica, eterna ed universale.

Come il suo maestro, Vivekananda affermava con forza la convinzione che tutte le religioni avessero pari valore e dignità e che gli elementi che le contraddistinguevano non le rendessero contrapposte l'una all'altra quanto piuttosto complementari: ognuna di esse tracciava una specifica traiettoria nel viaggio di comprensione dell' Uno, di Dio in ogni sua forma e versione: "La mia idea è che tutte queste religioni sono diverse forze nell'economia di Dio, operanti per il bene dell'umanità e che neanche una può morire nè essere fatta morire".

Vivekananda credeva fortemente che la pace non potesse essere raggiunta attraverso la semplice tolleranza, ma solo ed esclusivamente attraverso la comprensione: "Dobbiamo imparare di nuovo che tutte le religioni, con qualunque nome vengano chiamate, sia hindu, buddhista, maomettana o cristiana, hanno lo stesso Dio, e colui che deride una di queste religioni, deride il suo stesso Dio ".

Il suo primo discorso, a braccio, tenuto a Chicago, che incominciò con: "Sorelle e fratelli d'America" (al posto dell'usuale "Signore e signori"), è considerato ancor oggi uno dei massimi inni alla pace mondiale e all'unità di tutte le religioni.

Al termine, le circa 7000 persone che lo avevano ascoltato rapite, si alzarono in piedi e applaudirono entusiasticamente per più di due minuti: sembrava che ognuno avesse da sempre atteso questo messaggio di armonia religiosa perché, mentre ogni altro oratore aveva esposto i propri ideali e credo religioso, Vivekananda aveva espresso il bisogno dell'uomo moderno di sgretolare le barriere che separano, di qualunque natura esse fossero, per fondere tutti gli esseri umani in una sola comunità.

Questo, ed i successivi interventi al congresso di Chicago, trasformarono un giovane monaco sconosciuto che proveniva dall'India in una delle personalità più rappresentative del mondo, che divenne famoso come "oratore per diritto divino" e come " messaggero di saggezza indiana al mondo occidentale".

Egli lasciò un segno indelebile nella percezione dei presenti: la sua partecipazione, nata essenzialmente dall'idea di ottenere attenzione e quindi sostegno economico a favore delle aree più indigenti dell'India, diventò occasione per mostrare le vette della speculazione spirituale e presentare le potenzialità divine sopite in ogni essere umano e risvegliabili con lo yoga che illustrerà nelle sue opere: Raya yoga, Karma yoga e la filosofia del Vedanta, scritte nel 1896.

I suoi insegnamenti a sfondo mistico risuonano nel pubblico dell'epoca con una certa agilità: lo yoga e il Vedānta sono presentati in modo facilmente assimilabile, le iniziazioni non richiedono rinunce radicali come nella tradizione e l'immagine teologicamente offerta pluralista e relativista diventa una strada accessibile a chiunque.

Si stavano gettando le basi per un affrancamento dell'India che, da arretrata e assoggettata, agli occhi del pensiero imperialista, si rivelava essere culla di cultura e di saperi antichi e autentici e Vivekananda contribuiva in modo determinante all'interpretazione data dall'occidente al mondo hindu e allo yoga in particolare, pronto a diventare un progetto di acculturazione, un ponte tra l'India e il resto del mondo.

Incominciava la storia dello yoga moderno.

 

Bibliografia:

  • Edwin Bryant: Gli yoga sutra di Patanjali - Ed. Mediterranee; Roma, 2019

  • Helmut von Glasenapp: Filosofia dell'India Società Editrice Internazionale, Torino-Trento, 1988

  • Arthur Schopenhauer: Il mio oriente, a cura di Giovanni Gurisatti, Milano, 2007 (Piccola Biblioteca Adelphi)

  • Cristina Siddiolo: Lo yoga in Oriente e in Occidente: traduzioni interculturali, Dialoghi Mediterranei, 2010 (http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lo-yoga-in-oriente-e-in-occidente-traduzioni-interculturali/)

  • Andrea Soleri: La cultura orientale in Europa e gli influssi su Schopenhauer, Arianna Editrice, 2009 (https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=27718)

  • Verso l'India, oltre l'India, a cura di Federico Squarcini, Mimesis edizioni; Milano, 2002 pag: 7-8

 

Referenze per le immagini:

Wikipedia, Times Headline, Southpasadena.com


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