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Sadhana - Filosofia

07/10/2021

Elementi del sāṅkhya e l’evoluzione della natura

e confronto fra i termini usati nel sāṅkhya e nello yoga

 

di Gabriella Giubilaro

 

 


Apavarga is the self coming out of the prison” (B.K.S. Iyengar) “Apavarga è il sé che si libera della prigione” (B.K.S. Iyengar)

La parola apavarga si trova nel sūtra 18 del secondo pāda di Patañjali:

प्रकाशक्रियास्थितिशीलं भूतेन्द्रियात्मकं भोगापवर्गार्थं दृश्यम् ।।१८।।

II.18 prakāśa-kriyā-sthiti-śīlaṁ bhūtendriyātmakam bhogāpavargārthaṁ dṛśyam

La natura (dṛśyam, il visibile) ha proprietà di prakāśa (illuminazione), kriyā (attività) e sthiti (inerzia). Ha la caratteristica degli elementi (bhūta) e organi dei sensi (indriya), e ha come scopo (artham) la liberazione (apavarga).

Il prof. Edwin Bryant nel suo commento agli Yoga Sūtra di Patañjali spiega:

“Patañjali descrive ora i fondamentali elementi metafisici del visibile, dṛśyam, il mondo manifesto, e chiarisce la sua principale ragione d’essere. I commentatori mettono in relazione l’illuminazione, prakāśa, a sattva (la luce intrinseca a buddhi); l’attività, kriyā, a rajas (ogni movimento e sforzo); e l’inerzia, sthiti, a tamas. I tre guṇa sono sempre in continuo movimento, da quando il mondo esiste e la loro natura è di manifestarsi in diverse proporzioni e poi recedere di nuovo, dando quindi origine al mondo delle forme manifeste in perenne cambiamento. Anche se uno o l’altro dei tre guṇa appare dominante e gli altri secondari la presenza dei guṇa secondari è sempre rilevabile in ogni istante. Questo flusso senza fine è ciò che viene definito come il conosciuto, dice Vyāsa, e si trasforma negli elementi e nei sensi, bhūtendriyātmakam. Riguardo ai primi (gli elementi), si manifesta in maniera sottile come elementi del suono, ecc. e in maniera grossolana come elementi di terra, ecc.; riguardo ai secondi (i sensi), si manifesta in modo sottile come l’udito, ecc. e anche come intelligenza ed ego, ecc.” (Bryant, 2019, p. 211).

Per comprendere meglio i sūtra di Patañjali, i livelli dei samadhi e i siddhi è utile analizzare le definizioni del Sāṅkhya. In questo lavoro sono stati sempre ripetuti i termini originali in sanscrito, ogni volta con il significato accanto. Questo per aiutare a memorizzare i termini, cosa utile nello studio della filosofia indiana, ma anche per chiarezza, visto che purtroppo nel passato i termini sono stati tradotti in modo diverso dai vari studiosi.

Sāṅkhya significa letteralmente enumerazione: è uno dei 6 sistemi di filosofia (ṣad-sei, darśana-filosofia) indiana ortodossi. Si chiamano così sistemi di filosofia che rispettano i Veda, detti āstika darśana. Gli altri sistemi ortodossi sono yoga, nyaya, vaiśeṣika, mīmāṃsā e vedānta.

Darśana significa filosofia, la parola viene dalla radice dṛs che significa vedere, fare esperienza. Il saṅkhya è considerato il sistema filosofico più antico dell’India. Dal punto di vista metafisico il saṅkhya e lo yoga sono simili, ma hanno teoria e pratiche diverse.

Il saṅkhya ha origine verso il X sec a.C. nell’inno all’uomo cosmico del Ṛgveda (10, 90), evolvendosi poi nei secoli (figura 1).

figura 1. Rappresentazione dell’uomo cosmico secondo l’inno 10,90 dei Ṛgveda

 

Il principale testo del saṅkhya è il Sāṅkhya Kārikā di Īśvarakṛṣṇa (circa 350-450 d.C.). Ci sono stati tramandati altri due testi, ma secondo i critici più moderni sono in realtà posteriori: Sāṅkhya Sūtra attribuito a Kapila (figura 2), che è considerato il fondatore del Saṅkhya e Tattva-samāsa anche questo attribuito a Kapila (22 o 25 sūtra).

Sāṅkhya Kārikā di Īśvarakṛṣṇa è il testo canonico per il sāṅkhya come il testo degli Yoga Sūtra di Patañjali è quello canonico per lo yoga. Kārikā è a forma di distico, coppia di versi. È composto di 72 distici con la metrica āryā.

Nel saṅkhya la liberazione si ottiene attraverso la discriminazione e la rinuncia, mentre nello yoga si ottiene con la rinuncia e la meditazione. Nel terzo libro (III.3) della Bhagavad Gītā il saṅkhya è definito come la saggezza (jñāna), mentre lo yoga è definito come azione (karma).

Sia lo yoga che il saṅkhya sono filosofie dualiste, perché credono che i sé trascendentali (puruṣa) siano e rimangano separati dalla natura (prakṛti). I puruṣa sono infiniti e tutti diversi fra di loro (SK,18).

Ciascun corpo contiene un puruṣa che è differente dalla mente, intelletto e sensi di percezione e corpo. E’a causa dell’ignoranza che puruṣa si identifica con essi. Si ottiene la liberazione (kaivalya) solo quando c’è la conoscenza discriminante della differenza fra il puruṣa conscio e la prakṛti non conscia (SK, 4).

Anche per lo yoga la sofferenza e i cicli di rinascita sono legati all’identificazione del draṣṭ (veggente) con dṛśya (il visto) (YS, II.17).

Nel saṅkhya la liberazione si ottiene attraverso la discriminazione e la rinuncia, mentre nello yoga si ottiene con la rinuncia e la meditazione:

“dalla pratica dei 25 principi tattva (elementi primari della natura) sorge la saggezza: na asmi (io non sono), na me (niente è mio), na-aham (non-Io), che è finale e pura con l’assenza di ogni errore e dubbio” (SK, 64).

Di seguito si espongono alcuni concetti del saṅkhya e l’evoluzione della natura, di aiuto per capire il contesto dei sūtra di Patañjali. Si riportano anche i corrispondenti termini di Patañjali, per aiutare la comprensione della relazione fra il saṅkhya e gli Yoga Sūtra di Patañjali.

Il saṅkhya è un sistema ontologico che divide la realtà in due categorie: puruṣa e prakṛti. Queste due entità sono eterne, senza inizio e senza fine. Sono sempre distinte, come anche nello Yoga. Puruṣa è eterno e non cambia mai, mentre prakṛti è sempre in trasformazione a causa dei guna (qualità costitutiva).

figura 2. Nashik, Maharastra. Statuetta di Kapila

Puruṣa

Puruṣa è una parola che originariamente in sanscrito significa uomo, ma in seguito si riferisce al concetto dello Spirito, del Sé, del Principio Universale, indistruttibile, senza forma che pervade tutto.

Puruṣa, essendo eterna e immutabile, non cambia mai, non è soggetta ai guna. I puruṣa sono infiniti e sempre separati. Puruṣa è senziente, illuminante, sempre uguale. Testimone, solitario, indifferente, spettatore, non-agente (SK, 19).

Puruṣa, viene chiamato in modi diversi: ātman, anima, draṣṭ (lo spettatore: YS, I.3; II.17; II.20, IV. 23), il sé, la coscienza, brahman, sat-cit-ānanda (esistenza-coscienza-beatitudine), sākṣīn (testimone), turīya, coscienza pura, consapevolezza pura, senza inizio e Spirito sono tutti sinonimi.

Prakṛti

Prakṛti (YS, IV.2; IV.3) indica la natura, non senziente, che non ha luce propria. Prakṛti può essere definito come tutto quello che puruṣa vede. Prakṛti indica la natura, materia, dṛśya (il visto: YS, II.17; II.18; II.21; IV.21; IV.23) ed è sorgente di qualsiasi cosa che non sia puruṣa.

Quindi tutta la natura, prakṛti, è qualsiasi cosa di cui noi possiamo fare esperienza, le montagne, i pensieri, i sentimenti: possiamo farne esperienza solo perché c’è dietro un puruṣa. È solo il puruṣa che ha luce, che “vede”.

La sofferenza (dukam) di cui parla anche Patañjali (YS, II.15; II.16; II.17) avviene perché si fa confusione fra draṣṭ (il veggente) e dṛṣṭa (il visto) cioè fra puruṣa e prakṛti. Dalla conoscenza di questa confusione, attraverso la capacità di discriminare fra puruṣa e prakṛti si ottiene la fine della sofferenza.

Guṇa

Guṇa significa letteralmente qualità costitutiva, proprietà, attributo. Tutte le trasformazioni o evoluzioni di prakṛti sono dovute ai guṇa. Per questo si dice guṇa pariṇāma, cioè cambiamento, trasformazione, evoluzione

I guṇa nel Saṅkhya sono:

sattva (luce, purezza, verità); rajas (forza, desiderio); tamas (ignoranza, inerzia).

I guṇa negli Yoga Sūtra di Patañjali nel sūtra II.18 sono chiamati: prakāśa (splendore), kriyā (attività), sthiti (inerzia). Negli Yoga Sūtra di Patañjali si fa spesso riferimento ai guṇa (YS, I.16; II.15; II.18; II.19, IV.13; IV.32; IV.34).

I guṇa sono le tre qualità inerenti di prakṛti che in rapporti diversi caratterizzano tutta la natura manifesta (vyakta) e non manifesta (avyakta). Secondo il saṅkhya sono sempre presenti in quantità variabile, funzionano insieme come l’olio, lo stoppino e la fiamma nella lampada. Prakṛti è soggetta a cambiamenti per il gioco dei guṇa (qualità costitutiva) e può essere sottile come l’intelletto e la mente, e grossolana come le pietre.

figura 3. Dharmasala, Himachal Pradesh, tridenti votivi. Il triṣūla (tridente) di Śiva rappresenta, coi suoi tre rebbi, i tre guṇa

L’evoluzione della natura

Quando i guṇa (qualità costitutiva) non sono disturbati e sono in perfetto equilibrio, prakṛti rimane non manifesta e si chiama mūla (radice) prakṛti oppure prakṛti-pradhāna (YS, III.48). È prakṛti allo stato puro, dove i guṇa, le qualità inerenti della natura, sono perfettamente in equilibrio e la natura è solo allo stato potenziale, non manifesto. Per questo è anche detta a-liṅga (senza segno, non – distinto, senza caratteristiche) (YS, I.45; II.19) oppure anche “a-vyakta” (non manifesta: SK, 2.10). Siccome i guṇa sono in equilibrio in questo stato “potenziale” non ci sono cambiamenti.

Prima evoluzione

La prima evoluzione di prakṛti è mahat (SK, 22) che significa il grande o il grande principio. È chiamato anche buddhi (saggezza, ragione, discernimento), ma occorre ricordare che, come ogni forma di prakṛti, è non cosciente di per sé stessa, ma ha bisogno di puruṣa per avere la luce, per essere cosciente. Buddhi è liṅga (YS, II.19), distinto con segno caratteristico. Mahat è ancora ad uno stato potenziale, avyakta (non manifesta) è puro essere, trasformazione di solo sattva. Buddhi ha proprietà decisionali e di giudizio, si manifesta come virtù, saggezza, distacco e potere quando sattva è predominante, altrimenti con gli attributi opposti (SK, 23).

Seconda evoluzione

Da mahat si passa a ahaṃkāra (SK, 24), aviśeṣa, non specifico, non particolare (YS, II.19). Aham, significa “io” e kāra viene dalla radice verbale kṛ “fare”. Spesso tradotto come “ego”, ma in realtà si riferisce al concetto dell’Io che crea la propria individualità. Ci son tre categorie di ahaṃkāra a seconda quale guṇa è prominente. Ahaṃkāra è la matrice di tutto l’universo, dalle galassie agli atomi al pensiero e nello stesso tempo fa credere che tutte le esperienze mentali siano prodotte da noi stessi, quindi è il principio dell’identificazione, dell’ego e della personalità.

figura 4. Evoluzione della natura (rielaborazione da Bryant, 2019, p. 40)

Le evoluzioni

Contando anche Puruṣa e Prakṛti in tutto ci sono 26 tattva (elementi primari); i tattva vanno dai più sottili tipo Puruṣa e Prakṛti fino ai più grossolani (bhūta).

Da Ahaṃkāra le evoluzioni sono diverse a seconda se è predominante il guṇa sattva (vaikṛtā) oppure il guṇa rajas (taijasa) oppure il guṇa tamas (bhūtādi) (SK, 24):

-nella trasformazione dove sattva è prominente (vaikṛta) troviamo gli 11 organi di senso: manas, i 5 sensi cognitivi e i 5 sensi di azione (SK, 25);

-nella trasformazione dove tamas è prominente (bhūtādi) troviamo i 5 elementi sottili (tanmātra);

-rajas è sempre presente, fornisce l’energia per la trasformazione.

Analizzando i vari elementi dell’evoluzione ed esaminando in particolare vaikṛta (dove sattva è preminente) in totale troviamo 11 elementi:

Manas, la mente, è un organo interno che raccoglie e cataloga le impressioni dei sensi di percezione;

Manas, Buddhi e ahaṃkara sono i tre organi interni, insieme raccolgono i dati (manas) danno un giudizio di piacere o non (ahaṃkara) e decidono se accettare o rifiutare (buddhi);

5 buddhīndriya (sensi cognitivi), Śrotra (udito), tvak (tatto), cakșus (vista), rasana (gusto), ghrān̦a (olfatto);

5 karmendriya (sensi di azione): Vāk (parlare), pān̦i (afferrare), pāda (muoversi), pāyu (espellere), upastha (procreare).

Esaminando bhūtādi (dove tamas è preminente) in totale troviamo 5 tanmātra (elementi sottili): śabda (suono), sparśa (tatto), rūpa (forma), rasa (gusto), gandha (odore). Sono molto sottili e non si possono percepire, si conoscono per inferenza.

Da questi tanmātra, quando da sottili diventano grossolani, si ottengono le cinque classi di atomi corrispondenti:

-da śabda (suono) si ottiene l’atomo dell’etere (caratteristica permeabilità);

-da sparśa (tatto) più śabda (suono) si ottiene l’atomo del vento (caratteristica della pressione);

-da rūpa (forma) più sparśa (tatto) più śabda (suono) si ottiene l’atomo del fuoco (caratteristica del calore);

-da rasa (gusto) da rūpa (forma) sparśa (tatto) più śabda (suono) si ottiene l’atomo dell’acqua (caratteristica dell’attrazione);

-da gandha (odore) più rasa (gusto) più rūpa (forma) più sparśa (tatto) più śabda (suono) si ottiene l’atomo della terra (caratteristica della coesione).

Infine dai 5 tanmātra (elementi sottili) derivano i 5 mahābhūta (elementi grossolani): p̦ṛthivī (terra), āpaḥ (acqua), tejas (fuoco), vāyu (aria), ākāsa (spazio):

-p̦ṛthivī (terra), attraverso il senso odore è collegato al naso;

-āpaḥ (acqua) attraverso il senso gusto è collegato alla lingua;

-tejas (fuoco) attraverso il senso vista è collegato agli occhi;

-vāyu (aria) attraverso il senso tatto è collegato alla pelle;

-ākāsa (spazio) attraverso il senso suono è collegato alle orecchie.

figura 5. Tamil Nadu, bronzo di Śiva Nataraja, sec. X-XI. La danza nel cerchio di fuoco rappresenta la trasformazione della natura

Pramāṇa

Il Saṅkhya accetta tre pramāṇa (conoscenza corretta): pratyakṣa (il visto), anumāṇa (inferenza) e āptavacana (testimonianza di una origine affidabile e dai Veda) (SK, 4). Gli oggetti dei sensi sono conosciuti con la percezione, gli oggetti che trascendono i sensi sono conosciuti con l’inferenza, mentre la verità può essere dedotta solo da āptaśabda e dagli Śruti (SK, 5-6).

Per il Saṅkhya la percezione ovvero la conoscenza diretta ha un significato differente dagli altri sistemi di filosofia dell’India. E’una conoscenza infallibile, appresa attraverso il Sé, ovvero attraverso la luce di puruṣa.

Essendo la mente, l’intelletto e i sensi entità inconsce, che fanno parte di prakṛti, la conoscenza non può avvenire attraverso di loro, in quanto solo puruṣa ha la luce. Solo puruṣa è senziente, illuminante. Nello stesso tempo puruṣa è solo spettatore, non-agente. La conoscenza di un oggetto avviene quando i sensi mandano uno stimolo all’intelletto e l’intelletto viene illuminato dalla luce di puruṣa.

Anche lo Yoga accetta tre pramāṇa: pratyakṣa (percepito con i sensi), anumāṇa (inferenza) e āgamā (testimonianza verbale) (YS, I.7).

Il Saṅkhya contempla cinque motivi per cui non si riesce a vedere (prendere conoscenza) qualche cosa: per troppa distanza, per troppo poca distanza, per menomazione dei sensi di percezione, per mente assente, perché troppo piccolo o sottile, per ostruzione dovuta ad altri oggetti, per il confondersi con oggetti simili (SK, 7).

Kaivalya

Quando avviene la separazione dal corpo prakṛti cessa l’attività e si raggiunge il kaivalya (isolamento, libertà) finale (SK, 68).

Come una ballerina danza per intrattenere gli spettatori e si ferma quando lo spettacolo è finito, così la prakṛti si ritira dopo che è stata notata da puruṣa (SK, 59). La prakṛti che ha tre attributi (i guṇa) non ha interesse per sé stessa, ma opera solo per l’interesse di puruṣa, che non ha attributi e non dà niente in cambio (SK, 60). Non esiste niente di più delicato della prakṛti che, una volta che è stata vista, non si presenta più a puruṣa (SK, 61).

 

Bibliografia

  • Edwin Bryant, Gli Yoga Sūtra di Patanjali, Roma, Mediterranee, 2019

  • Mikel Burley, Classical Sāṅkhya and yoga, Taylor & Francis, 2006 (Routledge Hindu Studies Series)

  • Mircea Eliade, Yoga. Immortalità e Libertà, Milano, Rizzoli, 1999

  • Georg Feurstein, The Yoga Tradition, ed. Hohm press, 2001

  • Sāṅkhya Kārikā di Īśvara Kṛṣṇa with the Tattva kaumudī of Śrī Vācaspati Miśra, Ed. Sri Ramakrishna Math, Mylapore, Madras

  • Le strofe del Samkhya di Īśvarakṛṣṇa commento di Gaudapada (traduzione di C.Pensa), Torino, Boringhieri, 1968

  • Pandit Rajmani Tigunait, Seven System of Indian philosophy, Himalayan International Institute of Yoga, 2000

  • Raffaele Torella, Il pensiero dell’India, Milano, Carocci, 2020

 

Referenze immagini

Ramanisblog; Pradeep717 per Wikipedia; Dave Kleinschmidt (Flickr.com); Luisa Tritone per Light On Yoga Italia; Art Institute of Chicago.

 


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